E tu, preferibilmente, lo mangi o lo butti?

Nella frenesia della nostra quotidianità lavorativa il tempo è poco e le cose da fare molte, per questo la spesa è una, settimanale e abbondante. E allora è normale che ognuno di noi, quando si trova ad acquistare un prodotto al supermercato, cerchi di “scavare” tra gli scaffali per accaparrarsi fra le confezioni poste sul fondo il prodotto con la scadenza più lunga.

Ma vi siete mai soffermarti sulla dicitura della data di scadenza? Noi sì e vi diamo qualche utile informazione.

Innanzitutto partiamo dagli elementi tecnici. La data fino alla quale il prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazioni prende il nome di TMC: Termine Minimo di Conservazione. La sua determinazione compete al produttore o confezionatore del prodotto.

Il TMC viene indicato con due differenti diciture: la prima è “da consumarsi preferibilmente entro il” oppure “da consumarsi preferibilmente entro fine”. Nel caso di prodotti alimentari particolarmente deperibili dal punto di vista microbiologico, il TMC può essere sostituito dalla data di scadenza e in questo caso la dicitura sarà “da consumare entro”.

Spesso capita però che la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” influenzi il consumatore nell’eliminazione precoce del prodotto dalla propria credenza. La presenza o l’assenza dell’avverbio “preferibilmente” cambia infatti significativamente le cose. A seguito di quella data c’è sicuramente un certo periodo di tolleranza in cui, se conservato correttamente, l’alimento è ancora commestibile e nutriente, a volte anche per mesi. Ma molti consumatori scelgono comunque di sbarazzarsene per il timore di incorrere in qualche brutto mal di pancia.

Qualche anno fa a Bruxelles nel corso di un consiglio dei Ministri dell’agricoltura si è discusso sulla possibilità di eliminare la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro”. La proposta, avanzata da Olanda e Svezia e sostenuta anche da Austria, Danimarca, Germania e Lussemburgo, fa riferimento a prodotti quali pasta, riso, alimenti in scatola, conserve di pesce, e formaggi stagionati, ma ad essa per il momento non è stata fatto seguito.

Ma quanto in là possiamo spingerci rispetto a quanto indicato in etichetta?

Di solito, tanto più lungo è il termine minimo di conservazione tanto maggiore sarà il margine di tolleranza. È ciò che accade con gli alimenti in scatola che hanno lunga durata e se assunti, mettiamo, tre mesi dopo la data indicata non presenteranno differenze significative. Per qualsiasi dubbio, comunque, prima di buttare, non resta, che aprire, odorare ed eventualmente assaggiare e quindi decidere.

Più attenzione richiedono gli alimenti maggiormente deperibili (latte fresco, uova, yogurt, ricotta, pasta fresca…) che prevedono l’indicazione “da consumarsi entro”: il termine è rigido, perché c’è in gioco la salute. Questo non significa che dopo questa data scatta un meccanismo di autodistruzione immediato: in alcuni casi è possibile una certa tolleranza, sempre che il prodotto sia stato conservato correttamente.

E voi che fate? Gettate subito le vostre cibarie o andate oltre quel “preferibilmente”?

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