Un packaging spaziale

Immaginiamoci un pranzo nello spazio. La prima cosa che viene in mente è una bella tavola imbandita con pillole o barrette di nutrienti. In realtà non è proprio così.

Fin dagli anni ’60, nutrizionisti, fisici e astronauti hanno affrontato le numerose sfide della ristorazione spaziale. Già, perché sulla ISS, non essendo possibile utilizzare fiamme libere, non è possibile cucinare nel vero senso della parola: i cibi, anche per ridurne al massimo peso e ingombro, sono tutti precotti e disidratati. Quando gli astronauti siedono a tavola si limitano ad aggiungere ai loro piatti acqua calda o fredda che li riporta allo stato normale.

I primi menù spaziali erano insipidi, inodori e mancavano di consistenza, anche perchè l’assenza di gravità priva i cosmonauti del senso dell’olfatto e di gran parte del senso del gusto. Ma i tempi sono cambiati e oggi gli astronauti si alimentano con pasti equilibrati, sani, facili da preparare e conservabili in condizioni estreme per lunghi periodi di tempo: sono piatti ad alta tecnologia progettati, nel vero senso della parola, dagli esperti degli Space Food System Laboratories della NASA.

Photo by NASA

Ma la patria del food non poteva che fare la sua parte e i pasti spaziali oggi vengono prodotti anche in Italia, nello Space Food Lab di Argotec a Torino, dove sono stati messi a punto i piatti che Samantha Cristoforetti ha portato nello spazio. Argotec è un’azienda che addestra gli astronauti europei dell’ESA alla vita all’interno della Stazione Spaziale Internazionale e all’utilizzo degli accessori di bordo. L’obiettivo di Space Food Lab è stato cercare di fornire agli astronauti cibi familiari per cercare di rendere il pasto un momento di piacere e di restauro dei sensi, per quanto alcune modalità gestuali coinvolte inevitabilmente siano diverse da quelle domestiche.

La conservazione e il packaging

Il primo problema per il cibo nello spazio è quello legato alla shelf life del prodotto (cioè il tempo di conservazione), che deve essere di 18-24 mesi a temperatura ambiente. Questo comporta non solo problemi tecnici legati alla preparazione, ma anche al packaging, perché non tutti gli involucri sono adeguati per la stazione spaziale. Parliamo ad esempio di confezioni multistrato, accoppiati alluminio-materiale plastico.

Photo by NASA

I trattamenti per la conservazione

Tutto deve essere sotto vuoto; basta una minima quantità di ossigeno all’interno della confezione per compromettere definitivamente il contenuto e renderlo immangiabile. Il processo di disidratazione degli alimenti, e la sterilizzazione a freddo alla quale sono sottoposti, li priva inoltre di gran parte delle vitamine e delle proteine: ecco perché i cosmonauti devono comunque integrare la loro dieta con varie pastiglie colorate che garantiscono loro il corretto apporto di tutti i nutritivi.

Attualmente per la conservazione si usano due sistemi di trattamento: la termostabilizzazione, un trattamento a caldo che viene fatto all’interno di un’autoclave, e la liofilizzazione. Nel primo caso viene eseguito un trattamento di pastorizzazione o sterilizzazione, trattamenti ad alte temperature che stabilizzano gli alimenti, mentre per la liofilizzazione il principio è di eliminare completamente l’acqua dal prodotto in modo da renderlo anidro e inattaccabile dai batteri.

Per la missione di Samantha Cristoforetti Argotec ha investito molto sulla termostabilizzazione perchè rispetto alla liofilizzazione, che tende ad alterare gusti, sapori e colori dei cibi, permette di avere un risultato migliore ed è più facile per l’astronauta consumare i pasti in questa maniera: basta aprire la busta o riscaldarla e consumare il pasto.

Photo by NASA

Quale cibo nello spazio?

I cibi per lo spazio sono selezionati soprattutto in base alla consistenza. Gli astronauti si trovano in condizioni di microgravità in cui è alto il “rischio volatilità”, così è necessario elimininare tutto ciò che può fare briciole: pane, grissini, crackers e biscotti secchi, a meno che non siano sicuri e assunti in un unico boccone, come ad esempio un tarallo. Lo stesso vale per gli alimenti eccessivamente liquidi, che devono essere assunti con una cannuccia e devono avere una consistenza tale da non causare gocce “volanti”. Per quanto riguarda i piatti salati la consistenza deve essere più o meno quella di un risotto, mentre per biscotti o altri alimenti che sulla Terra sono croccanti, nello spazio devono avere una certa elasticità.

Photo by NASA

L’e-commerce ReadytoLunch

Appoggiati da Samantha Cristoforetti e dai nutrizionisti, Argotec ha capito l’importanza del progetto. Il bagaglio tecnologico sviluppato in relazione al packaging, alla shelf life, ai metodi produttivi e alla salvaguardia degli alimenti ha suggerito l’idea di riportare sulla Terra questi concetti e utilizzarli nella produzione di alimenti pronti all’uso, sani e soprattutto funzionali.

Sistemi come quello che permette di rendere sterile un ingrediente a temperature più basse rispetto ai processi industriali utilizzati attualmente, può essere oggi una soluzione intelligente per salvaguardare le proprietà nutrizionali di tutti gli alimenti sul mercato. Oppure, tornando all’esempio delle barrette, l’assemblaggio a freddo con ingredienti che permettono una conservazione lunga, con una acidità bassa e un alto grado zuccherino, ha permesso di preservare i nutrienti.

Il risultato laterale di questa operazione è anche un messaggio di corretta alimentazione, che arriva direttamente dallo spazio e, con un’intelligente operazione di marketing, è reso disponibile anche per chi ha i piedi per terra, con il sito di vendita readytolunch.com dove è acquistabile da parte di chiunque il kit del pasto aeronautico.

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